Professione · Identità · Normativa
Ma allora,
cosa fa il musicoterapeuta?
Mi occupo di musicoterapia e con la sua applicazione mi prendo cura di persone che vivono in delicate fasi della vita. Questo spazio è dedicato al suono come strumento di connessione e di ascolto attivo dei bisogni dell'altro.
Foto · Marius Masalar · Unsplash
«Non è un musicista e non è uno psicoterapeuta?»
«Ma allora cosa fa esattamente?»
Penso che sia la frase che più mi sento dire nei colloqui conoscitivi. Senza scomodare definizioni da manuale, posso sintetizzare così:
"L'operatore musicoterapeuta è un professionista che conosce la musica e i suoni e, attraverso metodi applicativi riconosciuti, aiuta le persone nel miglioramento della qualità di vita, trovando nuovi modi di relazionarsi ed esprimersi attraverso il linguaggio non verbale del suono."
Non ha nulla a che fare con il terapeuta che ci immaginiamo — anche se è necessaria una preparazione in elementi di psicologia. E ha molto a che fare con la musica e la sua esecuzione: tramite la voce, uno strumento etnico o quello che abbiamo suonato per anni. Ma il focus non è performativo — è essenzialmente relazionale, di cura.
Music Therapist
Nei paesi anglofoni il disguido terminologico è più contenuto: chi pratica musicoterapia è definito Music Therapist. La divisione delle due parole già dà un significativo distacco. In italiano "musicoterapia" rimane una parola sola, e il confine con l'intrattenimento o il gioco-musica sfuma facilmente.
Per chi pratica questa professione, parte del lavoro rimarrà quello di spiegare come si opera. La musicoterapia è una disciplina scientifica non farmacologica evidence-based, complementare al lavoro clinico, che va a compimento del percorso educativo, riabilitativo e preventivo condotto da un'équipe multidisciplinare.
Metodo
Basi scientifiche e di ricerca solide
Non improvvisazione: ogni intervento si fonda su protocolli riconosciuti e letteratura evidence-based.
Osservazione
Schede e dati personalizzati
Si lavora raccogliendo dati specifici per personalizzare e arricchire ogni momento di incontro con l'altro.
Relazione
Per e con l'altro
Si lavora per il raggiungimento di obiettivi, ma soprattutto mettendo in atto una dinamica di ascolto e accudimento sano.
Foto · Anastasiia Krutota · Unsplash
Un ricordo dal campo
Ricordo quando mi presentai in una Residenza Sanitaria Assistenziale per proporre un progetto di musicoterapia. Il titolo era: "La musica che racconta le emozioni". Dopo una prima parte conoscitiva, il direttore della struttura insistette nel propormi un contratto come animatore. Contrariato, pensai di non essere stato in grado di spiegargli l'efficacia dell'attività musicale nel contesto senile — dove patologie come Alzheimer e demenza complicano il quotidiano di queste persone. Ribadii che si trattava di attività musicale mirata al raggiungimento di obiettivi specifici, non intrattenimento. Ma non fui compreso.
Altre volte invece è capitato il contrario: al primo incontro con il referente della struttura, la proposta musicoterapeutica è stata accolta come qualcosa di atteso — con pieno riconoscimento della sua validità e degli aspetti trasformativi che la competono.
Un gap culturale — e normativo
Tradizionalmente il fare musica per gli altri è visto come momento ludico-ricreativo o performativo. Non viene notato quello che la musica, in maniera introspettiva, smuove — eppure è proprio quello il luogo dove abita la musicoterapia: uno spazio intimo dove ci si può esprimere in modi mai scoperti prima.
A questo si aggiunge un tema normativo ancora aperto. Ci sono stati vari tentativi di riconoscimento della musicoterapia come professione, ma nessuna proposta di legge è arrivata a compimento. Attualmente i musicoterapeuti rientrano nelle "professioni non organizzate in ordini o collegi" regolamentate dalla Legge 4/2013, che prevede:
· Possibilità di esercitare liberamente la professione
· Necessità di formazione specifica (Master o diplomi riconosciuti da associazioni professionali)
· Obbligo di assicurazione professionale per libero professionista
Manca ancora un inquadramento normativo chiaro che definisca la figura del musicoterapeuta. Pensando al confronto con altri paesi, si spera che la professione venga convalidata il prima possibile.
— Simone
Voce · Armonici · Tradizione
Il canto difonico:
due voci in una
Ci sono popoli che da millenni praticano rituali di canto per guarire interiormente — cantano in modi che sembrano inverosimili e così distanti dalle tecniche di canto moderno, che al primo ascolto sembra quasi un'esperienza surreale.
Il canto difonico rappresenta una delle tecniche vocali più affascinanti e complesse sviluppate dall'essere umano: un singolo cantante produce simultaneamente due distinte linee melodiche — una nota grave e continua (il bordone) e una sequenza di armonici acuti che emergono come melodia separata e percepibile.
Foto · Tuguldur Baatar · Unsplash
La serie armonica: fondamento naturale del suono
La serie armonica è una sequenza matematica di frequenze che costituisce la struttura fondamentale di qualsiasi suono complesso in natura. Quando una corda vibra — o quando le nostre corde vocali oscillano — non vibrano solo come un tutto unico, ma anche in sezioni progressive: metà della lunghezza, un terzo, un quarto e così via.
Se la nota fondamentale è un Do2 (circa 65 Hz), la serie armonica produce Do3 (l'ottava), Sol3 (la quinta), Do4 (la seconda ottava), Mi4, Sol4 e così via, con intervalli progressivamente più stretti. Nel canto difonico, il praticante mantiene stabile la fondamentale mentre "filtra" e amplifica selettivamente questi armonici superiori — rendendo esplicito e udibile ciò che è già implicitamente presente nella fisica del suono.
Diagramma serie armonica · alashensemble.com
Radici culturali: Mongolia e Tuva
Il canto difonico trova le sue radici più documentate in Asia centrale, principalmente tra le popolazioni della Mongolia e di Tuva (Federazione Russa). Nelle tradizioni tuvane è conosciuto come khöömei, in Mongolia come khöömii. In questi contesti originari non nasce come performance artistica: è profondamente radicato in una visione animistica del mondo, dove il suono funziona come mezzo di connessione spirituale con l'ambiente naturale.
I pastori nomadi delle steppe svilupparono questa tecnica come mimesi sonora: imitavano il vento tra le rocce, lo scorrere dei fiumi, i richiami degli animali.
Non si trattava di riprodurre esternamente i suoni naturali, ma di incorporarli — permettere che le frequenze della natura risuonino all'interno del corpo del praticante.
La documentazione etnomusicologica contemporanea ci invita a distinguere questi contesti indigeni dalle reinterpretazioni del movimento New Age occidentale, che spesso estrae la tecnica dal suo sistema di significato originario. Il rispetto per queste tradizioni richiede consapevolezza di questa differenza e cautela nell'uso di terminologie come "guarigione" o "rituali sciamanici" fuori contesto.
Applicazioni in musicoterapia
Nel lavoro con le persone, il canto difonico può facilitare stati di presenza, ascolto profondo e consapevolezza corporea. La teoria polivagale di Stephen Porges offre un quadro solido: la vocalizzazione lenta e sostenuta attiva il sistema parasimpatico. La respirazione necessaria per questa pratica — diaframmatica, profonda, controllata — attiva direttamente il ramo ventrale del nervo vago, promuovendo uno stato fisiologico di calma. Studi controllati hanno documentato riduzioni nei livelli di cortisolo in seguito a pratiche vocali regolari.
Per praticare questa tecnica bisogna monitorare simultaneamente la stabilità della fondamentale, l'emergere degli armonici e la configurazione del tratto vocale — uno stato che molti descrivono come meditazione attiva. Sul piano neurologico, la ricerca con neuroimaging ha mostrato che il canto difonico promuove un'integrazione inter-emisferica che molti praticanti descrivono come "centratura".
Come si impara
Gli elementi basilari possono essere appresi dalla maggior parte delle persone in tempi relativamente brevi, senza esperienza musicale pregressa. Si inizia esplorando vocali come "u" e "i" che facilitano l'emergere degli armonici, imparando gradualmente a isolarli attraverso minuscoli aggiustamenti della lingua e delle labbra.
Il processo richiede pazienza e un atteggiamento esplorativo: si tratta di ascoltare e sperimentare, non di fare "giusto" o "sbagliato".
Molte persone descrivono un momento di "click" cognitivo in cui l'orecchio improvvisamente impara a separare e seguire la linea melodica degli armonici. Questo momento può essere accompagnato da reazioni intense — sorpresa, gioia, a volte lacrime — legate alla novità percettiva e all'intensità dell'ascolto interno.
✨ Incontri di gruppo — canto armonico
Stiamo organizzando incontri per esplorare insieme questa pratica. Non è richiesta alcuna esperienza musicale. Gli incontri si attiveranno al raggiungimento di tre partecipanti.
Per informazioni scrivi a
dgiorgiosimone@gmail.com
— Simone
Connessione · Creatività · Empatia
Connessioni e creatività:
come nasce l'empatia
Sono Simone, mi occupo di suono e relazioni attraverso la musicoterapia. Questo è Risonanze Vitali, uno spazio dove la ricerca incontra la riflessione, con la condivisione di esperienze arricchenti che portano benessere.
Oggi vorrei parlarvi di connessioni e creatività, e di come la relazione di queste possa creare empatia.
"Immersing in other people's stories cultivates empathy"
— Kae Tempest
In questo articolo toccheremo quattro punti chiave:
1 · Connessione circolare
2 · Connessione creativa ed empatia
3 · Dis-connessione contemporanea
4 · Musicoterapia e il valore delle connessioni
Connessione circolare
Immagina di entrare in una stanza con persone che non conosci. Ti presenti, racconti brevemente la sensazione che ti ha spinto a essere lì in quel momento. Gli sguardi si incrociano, le prime condivisioni emergono — e pian piano i punti in comune si delineano tra i partecipanti.
Arriva il momento di formare un cerchio: tutti alla stessa distanza in connessione reciproca, l'attività creativa può cominciare.
La forma rituale del cerchio è l'immagine sacra più universale dell'umanità. Dalle danze circolari africane, ai cerchi che "riflettono" il suono dei tamburi sciamanici siberiani, questa forma perfetta e comunitaria ha facilitato per millenni l'accesso a dimensioni creative e trascendenti dell'esperienza umana.
Il cerchio accoglie, include, comunica e crea comunità. Il cerchio dona a chi è disposto a ricevere.
Mettersi in cerchio è una pratica tanto antica quanto rara nei tempi odierni. Oggi siamo dominati da un'iper-connessione digitalizzata che, paradossalmente, di connessione autentica con l'altro ha ben poco: lo sguardo resta fisso sullo schermo del nostro — ahimè! — inseparabile smartphone.
Ponte tra creatività individuale e collettiva
Tempo fa lessi On Connection di Kae Tempest, un saggio scritto magistralmente che offre spunti profondi sul tema. La connessione creativa è descritta come una forza vitale che va oltre la semplice produzione artistica: diventa un ponte tra le esperienze individuali e il sentire collettivo.
Questo stato di connessione di cui parla Tempest è simile per certi versi a quello che Mihaly Csikszentmihalyi chiama "stato di flusso creativo": si verifica quando un individuo è completamente assorbito in un'attività, sperimentando una fusione tra le proprie competenze e le sfide dell'attività stessa. Durante il flusso, si perde la consapevolezza di sé e del tempo, creando un'esperienza altamente gratificante.
In un'epoca in cui si lotta per diritti e uguaglianza, avere modo di percepire connessione creativa — prima di tutto con se stessi e poi con gli altri — potrebbe cambiare il modo in cui usiamo l'empatia.
Credo che la creatività non sia esclusiva di chi abbia una preparazione specifica: dipende dalla connessione con sé stessi, un ascolto profondo privo di schemi e vincoli.
Tutti nelle nostre giornate siamo creativi, ma quando la creazione incontra l'arte acquisisce un valore espressivo unico — racconta di noi e accoglie l'altro in maniera empatica. La creatività però va ascoltata, e a volte costa impegno, mentre assopirsi al torpore indotto da uno schermo è "più comodo". Il problema dello scrolling infinito è attuale: è un sedativo sempre a portata di mano.
Ti è mai capitato di accorgerti di un dolore o di una tensione solo quando finalmente ti rilassi? Se tornassimo al corpo, all'ascolto autentico di noi, potremmo riconoscere i bisogni reali con più facilità.
La creatività non esiste senza un fruitore. È un processo triangolare: artista — pubblico — restituzione. In questa visione, l'aspetto relazionale diventa essenziale: stimolo comunicativo, connessione, risposta.
Musicoterapia e anziani: connessione come forza vitale
In una casa famiglia, ho proposto un'esperienza di ascolto musicale condiviso che ha generato momenti di intensa connessione. Ecco come introduco solitamente la proposta:
"Signori, ora ascolteremo un brano. Vi chiedo di rilassarvi, chiudendo gli occhi, e di lasciarvi trasportare. Provate a sentire la musica a livello emotivo e profondo. Restate nelle immagini e nei ricordi che emergono. Dopo l'ascolto condivideremo insieme le vostre sensazioni."
Durante la verbalizzazione i partecipanti hanno raccontato di sé, del passato e del presente. Sono emerse condivisioni che hanno costruito ponti relazionali importanti. È capitato che dalla verbalizzazione uscissero immagini oniriche commoventi, oppure che dall'ascolto di un brano nascesse la richiesta di ascoltarne un altro — sempre contestualizzato dallo scaturire dei ricordi. È capitato che venisse voglia di ballare insieme a un compagnǝ. Oppure, semplicemente, desiderare un abbraccio.
La creatività non è un privilegio di pochi, ma una forza che appartiene a tutti. Un cerchio che accoglie, un respiro che ricorda che siamo parte di un insieme.
E tu? Che ruolo ha la creatività nel tuo quotidiano? In fondo, il cerchio della creatività si chiude solo quando diventa condivisione.
— Simone